


La discussione sulla proposta di legge per l’ "Abolizione del finanziamento pubblico all'editoria" avviene in uno dei momenti più drammatici che il settore abbia mai vissuto, in cui il crollo degli investimenti pubblicitari, la permanenza di posizioni dominanti, il calo delle vendite dei quotidiani e le profonde trasformazioni del settore rappresentano già le cause di quella che è stata definita la più grave crisi del settore, dal dopoguerra ad oggi.
Chi propone l’abolizione del finanziamento pubblico all'editoria dovrebbe a questo punto avere il coraggio di chiedere direttamente l’abolizione dell’art. 21 della Costituzione.
Alla crisi sopra citata il governo ha risposto riducendo nel tempo, progressivamente, ma in maniera sempre più incisiva, il sostegno pubblico necessario per garantire il pluralismo dell’informazione previsto dalla stessa Costituzione.
Le risorse del Fondo per i contributi diretti all’Editoria sono passate dai 245 milioni del 2006 ai 95 del 2013, ai 50 milioni del 2014. Una cifra assolutamente insufficiente a scongiurare il rischio di chiusura per molte testate ed emittenti locali.
Alla insufficienza di risorse, si aggiunge un clima di incertezza riguardo ai tempi per la loro erogazione il che determina un contesto incompatibile con la necessità delle imprese di disporre di un quadro di certezze per le chiusure dei bilanci, determinando, sempre più frequentemente casi di interruzione forzata delle attività. (Trentacinque testate hanno già chiuso i battenti, altre si apprestano a farlo. Mentre per le emittenti l’emorragia di chiusure e di conseguenti perdite di posti di lavoro risulta essere inarrestabile, in un settore, tra l’altro, privo di ammortizzatori sociali).
Tutto questo nonostante tutti gli attori coinvolti, oo.ss. in testa, abbiano collaborato per costruire un quadro di razionalizzazione e di maggiore trasparenza, in grado di definire criteri più rigorosi e selettivi di accesso ai contributi pubblici per evitare abusi e distorsioni nella loro destinazione.
A farne maggiormente le spese sono le imprese di piccole dimensioni, le cooperative e le realtà non profit, che più di tutte scontano le distorsioni di un mercato della comunicazione caratterizzato da posizioni oligopolistiche e da una forte concentrazione della raccolta pubblicitaria, nell’editoria così come nell’emittenza.
Oggi oltre il 51% dei ricavi pubblicitari è appannaggio dell’emittenza televisiva (Rai e Mediaset in testa, ma con un crescente spostamento degli investimenti pubblicitari verso Sky), mentre solo il 16,5% e il 19,1% vanno rispettivamente ai periodici e ai quotidiani.
Eppure, nonostante le insistenti e reiterate richieste delle organizzazioni sindacali che questi mondi li rappresentano un po’ tutti (dall’ideazione e produzione di contenuti alla loro diffusione e commercializzazione) , continuiamo ad assistere ad interventi "spot" che tentano di affrontare singole questioni, a volte andando in direzione diametralmente opposta a quella che si renderebbe necessaria, continuando ad ignorare il fatto che per salvare, rilanciare e modernizzare il sistema editoriale bisogna necessariamente guardare al suo complesso, costruendo politiche di raccordo tra il mondo dell’editoria e quello dell’emittenza che garantiscano riferimenti normativi di sistema in grado di rispondere alle esigenze di entrambi i settori e che accompagnino al tempo stesso l’evoluzione del mercato, affrontando inevitabilmente anche il tema di come l’evoluzione tecnologica stia cambiando il modo in cui vengono veicolati i contenuti.
In questo scenario in grande trasformazione, scegliere di togliere il sostegno pubblico ai soggetti strutturalmente più deboli equivale, a nostro avviso, alla scelta di fare una battaglia per proporre l’abolizione dell’art. 21 dalla nostra Costituzione. L’informazione, lo ricordiamo, è un "bene pubblico" e in quanto tale non può essere collocato in una dimensione puramente competitiva e commerciale.
Questo è un concetto abbastanza chiaro e un diritto fortemente difeso nei paesi dell’Unione Europea dove il finanziamento pubblico raggiunge, nel complesso, un livello notevolmente superiore a quello attualmente vigente in Italia.
Il ruolo del sostegno pubblico gioca infatti un ruolo determinante per correggere, almeno in parte, le distorsioni presenti e garantire il pluralismo dell’informazione.
Un sostegno indispensabile per garantire che nel mondo dell’informazione i diritti di libertà e di democrazia possano avere voce non solo nelle imprese editoriali che dispongono di forti dotazioni di capitale, ma anche in quelle realtà di minori dimensioni, che rappresentano il "luogo virtuale" in cui far vivere forme di pluralismo che si occupino del racconto della pluralità delle culture presenti sul territorio italiano.
Già oggi la vita sociale, economica e politica di tanta parte del territorio è tornata nell’ombra, perché è evidente che in un mondo sempre più globalizzato l’editoria e l’emittenza nazionale non sono in grado di garantire l’informazione locale.
Il rischio è che si facciano morire proprio coloro che rappresentano idee e valori, che danno voce alle comunità ed arricchiscono la democrazia, lasciando, probabilmente senza averne piena consapevolezza, a "pochi" soggetti il compito di fare e veicolare informazioni.
Stessa deformazione stiamo registrando nel settore dell’emittenza, in cui la mancanza di interventi di riordino del settore e, di contro, i chirurgici interventi a discapito della Rai rischiano determinare le condizioni per una nuova distorsione del mercato: è evidente che a pagare il conto sarà la Rai, il tutto senza alcun confronto vero su quale riforma e su quale ruolo si voglia affidare al "servizio pubblico" negli anni a venire.
La Rai dovrebbe proiettarsi di più verso la tv di nuova generazione.
In questo scenario, oltre ad avere la capacità di sviluppare la sua azione di produttore di contenuti, dovrebbe per sua natura essere il soggetto in grado di realizzare le piattaforme tecnologiche più avanzate.
In un momento in cui altri operatori stanno già procedendo in direzione di possibili sinergie tra chi produce e chi trasmette i contenuti (Mediaset-Telefonica; Sky-Telecom), preoccupa il silenzio della Rai.
Se a questo infine si aggiunge quanto sta accadendo alle edicole per effetto della scelta del governo di liberalizzare la vendita dei quotidiani, ma solo per soggetti diversi da loro (supermercati, centri commerciali, etc.), si inserisce un ulteriore tassello che ci porta a denunciare l’ennesimo attacco al pluralismo dell’informazione, anche sotto questo aspetto, perché è evidente che consentire ad alcuni di poter scegliere quali prodotti vendere e imporre alle edicole il vincolo di garantire la diffusione di tutte le testate creerà l’ennesimo squilibrio che inevitabilmente porterà alla chiusura di migliaia di punti vendita e alla conseguente perdita di lavoro per altrettanti edicolanti.
Il rapporto tra comunicazione e potere tradisce già una progressiva attenuazione dell’indipendenza dell’informazione, motivo per cui sosteniamo, ancora una volta, la nostra assoluta contrarietà rispetto ad interventi che puntano ad un disimpegno del governo a difesa e sostegno di un settore per il quale il mercato, da solo, non è in grado di garantire il pluralismo delle fonti e delle specificità editoriali e a rivendicare politiche d’insieme che affrontino e regolamentino in maniera compiuta le questioni sopra citate, a partire dal tema della pubblicità, per il quale va rivisto il tetto massimo per la concentrazione pubblicitaria, ridefinendone le percentuali e prevedendo a tal fine un’azione più incisiva dell’Antitrust.
Tra i suggerimenti che invece ci sentiamo di dare per cominciare a gettare le basi relative ad una discussione più profonda sul sistema dell’informazione, segnaliamo il fatto che andrebbe elaborato
un "codice etico" che garantisca il corretto equilibrio tra la libertà di informazione e la certificazione delle fonti dei contenuti presenti sul web.
Senza introdurre nuove forme di censura, riteniamo assolutamente necessario trovare il modo di codificare i contenuti che circolano sul web, per garantire il diritto all’informazione, ma anche per garantire e tutelare tutte le professionalità che operano nelle piattaforme digitali a garanzia della qualità del prodotto offerto.
La crescente richiesta e fruizione di informazioni sul web rappresenta una grande opportunità per moltiplicare gli strumenti utili a garantire e tutelare il valore dell’informazione e l’esercizio del pluralismo, ma è necessaria maggiore chiarezza e, dunque, bisogna definire regole precise che mettano ordine trovando ad esempio il modo di garantire la certificazione della qualità del prodotto e, dunque, della fonte da cui proviene.
La "crossmedialità" che caratterizza il nuovo modo di distribuire su piattaforme diverse i prodotti editoriali fa sì inoltre che questi vengono veicolati anche attraverso l’utilizzo dei motori di ricerca.
Anche su questo allora è necessario ragionare per capire come agire per fissare nuove regole, magari guardando cosa accade in quei Paesi europei che come noi stanno facendo i conti con la trasformazione del settore.
La protezione delle varie forme di proprietà intellettuale, così come regolamentata dall’art.32 bis del T.U. è divenuta insufficiente a fronte dello sviluppo illimitato delle possibilità distributive mediante gli apparati di nuova generazione (Smartphone e Tablet) attraverso i principali motori di ricerca (Google, Facebook, You Tube, iTunes, etc) che operano sul mercato globale.
Tema che, vista la sua complessità, è già e deve continuare ad essere al centro di una riflessione su scala europea (Il neo commissario UE alla Digital Economy Gunther Oettinger ha recentemente espresso l'auspicio che dal 2015 anche Google debba pagare il diritto d'autore), riflessione che necessita di momenti di confronto e verifica tra tutti i soggetti interessati .
C’è urgente bisogno, in sostanza, di un sistema dell’informazione che sia realmente indipendente e in grado, al tempo stesso di competere – integrando - con l’istantaneità dei nuovi media.
Inutile sottolineare inoltre il fatto che per le nostre Organizzazioni Sindacali la necessità di riformare il sistema dell’editoria costituisce un passaggio determinante anche per rimettere al centro della discussione il tema del lavoro.
Non si comprende il motivo per cui lo sviluppo di questo settore sembra dover fondarsi su un utilizzo massiccio ed indiscriminato di lavoro non tutelato. Lo riteniamo inaccettabile, e crediamo che l’erogazione il sostegno pubblico debba essere vincolato all’applicazione dei CCNL di riferimento.
I SEGRETARI GENERALI
SLC-CGIL FISTel-CISL UILCOM-UIL
Massimo Cestaro Vito Vitale Salvatore Ugliarolo
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