


Signor Presidente,
a nome della Fistel e della Cisl rivolgo a Lei e agli Onorevoli Parlamentari presenti il mio cordiale saluto e ringraziamento per questa audizione.
La riforma della RAI entra finalmente nell’agenda parlamentare e la CISL è ben lieta di dare il suo contributo al dibattito per il rinnovamento di un’azienda che, per la democrazia e il pluralismo del nostro paese, rappresenta da sempre un bene comune di primaria importanza.
Il Governo ha scelto opportunamente lo strumento del disegno di legge per le sue proposte, favorendo un più ampio e complesso confronto ma anche, auspicabilmente, una più estesa e trasparente partecipazione al progetto di riforma.
Il contributo che intendiamo dare oggi in questo autorevole consesso istituzionale è intenzionalmente configurato per esporre le valutazioni dell’Organizzazione che rappresento, in merito al disegno di legge n. 1880, c.d. "Riforma della RAI".
I principi ispiratori del DdL sono ampiamente condivisibili, poiché affermati pubblicamente dalla nostra Organizzazione e hanno guidato, in questi ultimi anni le nostre scelte e azioni sindacali, sia in Azienda sia nelle sedi istituzionali.
Le diversità forse prendono forma nel metodo, ovvero quando diviene necessario individuare azioni per contrastare le forti resistente interne ed esterne al cambiamento e combattere i tanti interessi particolari che spesso, con grande approssimazione, sono classificati come interferenze dei partiti, ma oggi si sono evoluti e sono divenuti sistema di "governo ombra", che interessa uomini d’azienda di ogni grado e livello.
Da tempo la CISL sostiene che l’attuale modello RAI non è in grado di affrontare le sfide che le profonde trasformazioni della comunicazione e del mercato globale impongono. Nonostante le concrete azioni dell’attuale vertice aziendale c’è ancora molto da fare sul piano editoriale, industriale ed etico.
Appare evidente che la RAI, così com’è oggi organizzata e regolata, non potrà affrontare senza pesanti contraccolpi le grandi sfide imposte dal nuovo mercato globale della comunicazione. Non basta l’opera di semplice manutenzione a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni. C’è necessità di un intervento profondo, strutturale, che metta in condizione l’azienda di rilanciare la propria funzione e la propria missione.
È da questa prospettiva che occorre ripartire. La RAI deve ritrovare il ruolo di motore dell’industria culturale italiana che le è proprio, in quanto concessionaria di un servizio pubblico che sarà sempre più orientato ad operare indifferentemente su ogni piattaforma e a confrontarsi direttamente con grandi multinazionali attive in ogni mercato della convergenza.
C'è bisogno di un Servizio pubblico radiotelevisivo efficiente, ben calibrato e soprattutto rinnovato. Se vogliamo, nella fase di emergenza complessiva nella
quale si trova il nostro Paese, un concreto cambio di passo della società italiana non si può quindi prescindere da una riforma del Servizio pubblico.
Gli attuali vertici, anche grazie alla profonda dedizione dei dipendenti, lasciano indubbiamente un’azienda più sana da un punto di vista economico e finanziario, ma ancora contraddistinta da molte incertezze. Non sono infatti i conti in ordine o il positivo bilancio di un’impresa pubblica a dare senso alla presenza dello Stato in un comparto industriale. Quello che si chiede ad un servizio pubblico è di creare valore sociale, dargli forma, diffonderlo, raccontarlo. Essere il garante di cittadini e utenti.
Siamo convinti che c’è ancora molto da fare rispetto alle strategie editoriali, al gruppo dirigente e alla valorizzazione delle professionalità interne.
Ancora oggi si rilevano condotte incomprensibili di Direttori di rete e di testata nella gestione dei palinsesti e nel rapporto con l’esterno.
È ad esempio inaccettabile che la RAI, un’azienda pubblica, introduca politiche aggressive di mercato, utilizzando in larga misura risorse economiche pubbliche, creando disequilibrio all’interno del mercato comunicazione e dell’editoria e, conseguentemente, instabilità dei livelli occupazionali.
Noi siamo un sindacato confederale che rappresenta il lavoro sia nel settore privato che in quello pubblico, le nostre politiche sindacali di tutela del mercato del lavoro sono integrate e universali, a prescindere dalle forme contrattuali dei lavoratori, dagli assetti proprietari e d’interesse.
Siamo fermamente convinti che la RAI debba recuperare il suo ruolo di "agente regolatore" del mercato audiovisivo sostenendo lo sviluppo del sistema paese.
In questo quadro assume particolare rilevanza il DdL di riforma della Governance di RAI, i cui elementi qualificanti devono continuare ad essere i principi di indipendenza, imparzialità e autonomia nel settore dell'informazione, rappresentando sempre di più le diverse componenti della società civile e, al contempo, reinterpretando la triplice missione assegnata storicamente al Servizio pubblico radiotelevisivo di "informare, educare e divertire".
L’evoluzione del settore televisivo ha contribuito al consolidarsi di fenomeni di convergenza e innovazione, trainati ulteriormente dall’incremento della diffusione tra il pubblico, di strumenti sempre più sofisticati che, nella maggior parte dei casi, sono idonei a consentire lo svolgimento di molteplici attività, anche in mobilità, accrescendo le possibilità di accesso al mezzo e le occasioni di fruizione.
I media di servizio pubblico attraversano, tuttavia un momento di profondo cambiamento in tutta Europa. Da campioni nazionali rischiano di diventare player marginali, o comunque imprese caratterizzate da troppi condizionamenti e da un basso tasso di innovazione. I governi più lungimiranti, consapevoli del rischio, hanno avviato un profondo processo di modifica su quelle che possono essere definite le fondamenta del servizio pubblico, ovvero la sua missione e la sua autonomia.
Il modello dell’impresa televisiva pubblica è costituito da alcuni fondamenti universali comuni a tutte le nazioni. Quello che cambia è il modo in cui il servizio pubblico radiotelevisivo è organizzato, finanziato e controllato.
In relazione alla missione, è oramai evidente che il ruolo dei media di servizio pubblico debba iscriversi in quadro più ampio rispetto alla semplice offerta audiovisiva. L’operatore pubblico, attraverso le risorse pubbliche, diviene oggi il perno di politiche industriali e sociali nel settore della cultura, sostiene l’industria nazionale della creatività nelle sue diverse espressioni, promuove la produzione nazionale all’estero, tutela la memoria della collettività e ne rappresenta i valori, incoraggia l’innovazione e la ricerca, valorizza le componenti territoriali.
Tuttavia, l’espletamento della propria missione deve poggiare necessariamente su una solida autonomia dal potere politico e dalle mere logiche di mercato.
Tale autonomia si declina essenzialmente attraverso la scelta di opportuni modelli di governance e di finanziamento.
Una governance in grado di assicurare una discreta autonomia si fonda su alcuni semplici principi, la diversificazione delle fonti e dei tempi di nomina e un giusto equilibrio tra i diversi organi di governo e di controllo.
Riguardo invece al modello di finanziamento, fondamentale è innanzitutto un sistema che preveda risorse certe nel tempo, trasparenti e adeguate alla propria missione, con un’evidente e spiccata prevalenza di risorse pubbliche che permetta alla concessionaria di non dovere inseguire il pubblico della televisione commerciale.
Il canone, ovvero un’imposta di scopo che finanzi esclusivamente l’attività di servizio pubblico, rappresenta ancora in generale un sistema in grado di offrire stabilità, di evitare le possibili indebite ingerenze del governo di turno e anche di consolidare il rapporto tra cittadini e concessionaria, rendendo in pratica ogni utente un’azionista diretto del servizio pubblico.
Per noi, il fine del Servizio pubblico non è il profitto economico, ma il soddisfacimento di un bisogno di interesse generale.
Entrando nel dettaglio della proposta di riforma della RAI da parte del Governo,
auspichiamo fin da subito l’inserimento all’interno del provvedimento in esame anche il rinnovo della concessione di servizio pubblico che la stessa legge prevede scadere nel 2016.
Il modello di governance ipotizzato, che prevede la figura di un Amministratore delegato con pieni poteri, dovrebbe rendere l’azienda più agile e reattiva rispetto al passato. Particolarmente significativa appare, inoltre, la presenza in seno al Consiglio di Amministrazione di un rappresentante dei dipendenti, una scelta coerente con gli obiettivi di rinnovamento e in linea con le più moderne visioni di impresa.
Sempre rispetto alla governance, un punto su cui invece si desidera invitare ad una riflessione è il peso rilevante che il Governo e i partiti di maggioranza avranno nelle indicazioni dei componenti del Consiglio. In proposito, ci sembra opportuno evidenziare che potrebbe essere utile prendere spunto da altri modelli europei, nei quali la gestione operativa del servizio pubblico è sempre bilanciata da altri organi di controllo e vigilanza particolarmente rappresentativi della collettività, non necessariamente di espressione politica e parlamentare.
Altra questione particolarmente delicata riguarda il tema delle deleghe al Governo previste all’interno del disegno di legge. Il modello di finanziamento e tutti gli elementi che concorrono alla definizione dei compiti del servizio pubblico sarebbe opportuno che fossero ampiamente dibattuti in sede parlamentare.
Si tratta, infatti, di questioni che non solo rivestono una rilevanza enorme per la concessionaria, ma anche di valutare opzioni e alternative che avranno sicuramente un impatto diretto sull’equilibrio economico e sulla concorrenza di tutto il settore nel suo complesso.
Per questo la CISL condivide la necessità di segnare il passo e dare alla RAI la riforma attesa e restituire ai cittadini un Servizio Pubblico.
Siamo convinti che occorre una visione strategica e strutturale dell’editoria, dell’audiovisivo e dell’innovazione, un ripensamento radicale che sappia rivalutare e cogliere le sfide del futuro sul piano sociale, culturale, infrastrutturale e tecnologico.
L’ampiezza e la complessità dello scenario rappresentato deve incoraggiare le parti interessate ad agire tempestivamente per governare, regolamentare e sostenere il processo di evoluzione e di integrazione dell’intero settore della comunicazione nazionale, in particolare modo nel comparto radiotelevisivo, dove a nostro avviso dovranno essere promosse sinergie tra l’operatore di Servizio pubblico e quelli commerciali e tra questi ultimi per la tutela, promozione e lo sviluppo dell’industria audiovisiva e culturale nazionale.
Occorre avere consapevolezza che la dimensione globale delle trasformazioni in atto presuppone interventi istituzionali a livello nazionale, europeo ed internazionale.
Grazie
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